🔏 Il protagonista non è nostro figlio


C'è una cosa che noto sempre più spesso nei romanzi.

Gli scrittori hanno paura di fare del male ai propri protagonisti.

Attenzione: non significa che un romanzo debba finire male. 

Un protagonista può vincere. Può salvarsi. Può ottenere quello che desiderava. Può persino uscire dal romanzo più felice di come era entrato. 

Il problema è un altro. È quando, dopo poche pagine, abbiamo già capito che vincerà. Non perché abbiamo intuito il finale, ma perché il conflitto è costruito in modo che il protagonista non possa davvero perdere.

Il nemico è più stupido di lui. Le sue ragioni sono sempre migliori. Quando sbaglia, scopre che in fondo aveva ragione. Quando viene messo alle strette, qualcuno arriva a salvarlo. Quando prende una decisione discutibile, la storia gli dà immediatamente una giustificazione. 

E soprattutto: non cambia mai davvero idea. Alla fine del conflitto sarà esattamente chi era all'inizio, soltanto più forte, più consapevole e, naturalmente, ancora più convinto di avere avuto ragione.

È una forma di rassicurazione narrativa. E forse è anche una forma di paura. 

Perché uno scrittore può voler bene al proprio protagonista al punto da non riuscire più a metterlo veramente in difficoltà. Gli fa attraversare un inferno, ma gli lascia sempre una porta aperta. Gli mette davanti un avversario terribile, ma poi gli regala l'arma giusta. Lo fa cadere, ma soltanto perché la caduta possa diventare il trampolino per una vittoria ancora più grande.

E così il conflitto perde la cosa più importante che dovrebbe avere: il dubbio. 

Il lettore dovrebbe poter pensare: forse questa volta ha torto. Dovrebbe poter pensare: forse non ce la farà. Dovrebbe persino poter pensare: forse il suo avversario ha ragione. Perché è lì che il personaggio comincia davvero a vivere. 

Non quando viene messo in pericolo. Quando viene messo in discussione.

Un protagonista che ha sempre ragione è rassicurante. Un protagonista che può avere torto è interessante.

E non è necessario torturarlo come il protagonista de La Casa

Bisogna soltanto permettere che qualcosa possa andare davvero storto. Che una scelta sbagliata abbia conseguenze. Che una convinzione possa crollare. Che una battaglia possa essere persa. Che una relazione possa finire. Che il protagonista possa essere costretto a chiedersi se, per una volta, il problema non sia il mondo intero. Ma lui.

Perché è questo che spesso manca. Non la sofferenza. La possibilità della sconfitta.

E forse qui c'è qualcosa che riguarda anche noi scrittori. 

A un certo punto il protagonista smette di essere soltanto un personaggio. Gli abbiamo dato un nome, un passato, una voce. Abbiamo passato mesi insieme a lui. E gli vogliamo bene. Così arriva il momento in cui dovremmo fargli compiere quella scelta terribile. Dovremmo lasciarlo fallire. Dovremmo fargli scoprire che la persona che odiava aveva ragione. Dovremmo costringerlo a rinunciare a qualcosa.

E invece ci fermiamo.

Pensiamo: No, non posso fargli questo.

E lo salviamo.

Ma il protagonista non è nostro figlio.

Non dobbiamo proteggerlo. Dobbiamo metterlo alla prova.

Perché voler bene a un personaggio non significa impedirgli di soffrire. Significa avere abbastanza fiducia in lui da permettergli di attraversare una situazione dalla quale potrebbe uscire diverso.

E qui c'è un'altra cosa che mi interessa. Forse questa paura non è soltanto degli scrittori. È anche nostra, come lettori. Ci piace la rassicurazione. Ci piace sapere che, dopo trecento pagine, il protagonista vincerà. Ci piace che il cattivo venga sconfitto, che l'amore torni, che la verità venga finalmente riconosciuta. E non c'è niente di male.

Il problema nasce quando questa rassicurazione diventa prevedibile. Quando ogni conflitto viene aperto soltanto per essere chiuso. Quando sappiamo che il protagonista potrà anche soffrire, ma non verrà mai veramente messo in discussione. Quando sappiamo che alla fine sarà più forte di prima e avrà ancora più ragione di prima.

A quel punto non stiamo più assistendo alla trasformazione di un personaggio. Stiamo assistendo alla sua consacrazione.

E una consacrazione può essere gratificante. Ma raramente è una grande storia.

Perché la tensione non nasce dal sapere che il protagonista soffrirà. Nasce dal non sapere che cosa quella sofferenza gli farà.

Il vero rischio non è necessariamente che muoia. È che cambi idea. Che perda. Che scopra di essersi sbagliato. Che vinca pagando un prezzo che non avrebbe mai voluto pagare. Che alla fine del viaggio non sia più l'uomo che avevamo conosciuto all'inizio.

E allora forse il coraggio dello scrittore non consiste nell'inventare il mostro più terribile o il cattivo più crudele.

Consiste nel guardare il proprio protagonista e dirgli:

Questa volta non so se hai ragione.

E continuare a scrivere.

Perché un personaggio non diventa interessante quando l'autore lo ama abbastanza da salvarlo.

Diventa interessante quando l'autore lo ama abbastanza da metterlo in discussione.

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