🤜La dittatura del noi
C'è un'espressione di La macchia umana di Philip Roth che mi è tornata in mente in questi giorni:
la dittatura del noi.
Nel romanzo, un professore universitario viene travolto da un'accusa e da un meccanismo di giudizio collettivo che finisce per cancellare la complessità della sua persona. Roth racconta una storia particolare, ma parla di qualcosa che riguarda tutti.
La dittatura del noi comincia quando il gruppo diventa più importante dell'individuo.
Quando non conta più ciò che hai fatto davvero, ma ciò che gli altri decidono che tu rappresenti.
Quando la complessità viene sostituita dall'appartenenza.
Da che parte stai?
Con noi o contro di noi?
Sembra una domanda innocua. In realtà è una trappola. Perché la vita vera è sempre più contraddittoria delle tifoserie. Le persone cambiano idea, si sbagliano, si correggono, si contraddicono. I gruppi, invece, pretendono fedeltà.
E chi esce dal coro viene guardato con sospetto.
Non importa che abbia ragione o torto.
Importa che abbia osato cantare una nota diversa.
Non si cerca più di capire.
Si cerca di catalogare.
E la cosa curiosa è che questa dittatura del noi non si accontenta delle opere.
Come nella musica, come nel cinema, come nella letteratura, non basta più giudicare ciò che un artista crea.
Si vuole giudicare anche ciò che pensa.
Ciò che vota.
Le parole che ha pronunciato anni prima.
I suoi errori.
Le sue contraddizioni.
Il suo carattere.
Come se un romanzo dovesse valere meno perché non ci piace chi lo ha scritto. Come se una canzone smettesse di emozionare perché non condividiamo le idee di chi l'ha cantata.
L'opera e l'autore diventano una cosa sola. E quando il gruppo decide che una persona non appartiene più al "noi", spesso finisce sotto processo anche ciò che ha creato.
Roth l'aveva intuito più di vent'anni fa: quando il giudizio morale prende il posto della curiosità, smettiamo di leggere, ascoltare e comprendere. Cominciamo soltanto a schierarci.
E forse questa pressione arriva anche dentro la scrittura.
Perché ogni scrittore, oggi, rischia di sentire un "noi" alle proprie spalle.
Un coro invisibile pronto a giudicare ogni frase fuori dal seminato, ogni personaggio moralmente ambiguo, ogni idea scomoda, ogni parola che non si allinea alle aspettative del momento.
Non si teme più soltanto di scrivere male.
A volte si teme di scrivere controcorrente.
E quando succede, la pagina bianca smette di essere uno spazio di libertà e diventa un'aula di tribunale.
Forse anche per questo vale la pena difendere la solitudine dello scrittore: perché certe verità possono nascere soltanto quando, per qualche ora, si riesce a dimenticare il rumore del "noi".
Io continuo a credere nella scrittura come un atto profondamente individuale.
Lo scrittore, quando lavora deve essere davvero solo. Solo davanti ai propri dubbi, alle proprie contraddizioni, alle proprie idee. Non può chiedere al gruppo cosa deve pensare. Non può aspettare che una maggioranza decida quale frase sia giusta.
Deve assumersi la responsabilità della propria voce.
E forse proprio la scrittura può aiutarci a ricordare che prima del "noi" esiste un "io".
Un essere umano irripetibile, confuso, incoerente, imperfetto.
Un essere umano che non entra comodamente in nessuna etichetta.
La dittatura del noi ha bisogno di persone prevedibili.
La letteratura, invece, vive di eccezioni.
E per fortuna, ogni tanto, c'è ancora qualcuno disposto a restare fuori dal coro.

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