✒️ L'elogio della solitudine


C’è una tendenza sempre più diffusa tra gli scrittori contemporanei: 

condividere il romanzo mentre lo si sta scrivendo.

Capitoli pubblicati a pezzi.

Sondaggi.

Domande ai lettori.

«Secondo voi questo personaggio dovrebbe morire?»

«Meglio il finale A o il finale B?»

Viviamo in un’epoca in cui bisogna esserci sempre. Mostrarsi. Raccontare il processo, non soltanto il risultato. Trasformare la scrittura in una specie di diretta continua.

Io credo invece che lo scrittore debba essere solo.

Solo come un quella canzone dei Pooh, solo come davanti a un tramonto lontano e i pensieri che nessuno può condividere davvero.

Forse è un’idea antica, fuori moda.

Ma ci sono momenti in cui un uomo deve restare solo.

E uno di questi è davanti a una pagina bianca.

Solo davanti a una frase che non funziona.

Solo davanti a un personaggio che non vuole collaborare.

Solo davanti al dubbio tremendo di stare scrivendo qualcosa di inutile.

Perché scrivere non è una riunione condominiale.

Non è democrazia.

Non è un algoritmo che ottimizza il gradimento.

È una voce, che prima di essere ascoltata, deve riuscire a sopportare il silenzio.

Molti grandi romanzi sono stati scritti nella solitudine più assoluta. Senza beta reader, senza community, senza storie Instagram con il conteggio delle pagine giornaliere.

Lo scrittore litigava con il testo e basta.

A volte per anni.


Puoi ascoltare consigli.

Puoi raccogliere opinioni.

Puoi cambiare strada.

Ma il momento in cui scegli una frase, tagli una pagina o decidi il destino di un personaggio… quello resta un atto profondamente solitario.

Certo, confrontarsi è utile. Avere lettori fidati può salvare da errori enormi e dare vantaggi enormi. Ma c’è una differenza tra chiedere un parere e delegare la propria visione.

Perché il rischio è  che il romanzo smetta di essere necessario e diventi semplicemente condivisibile.

E allora io voglio spezzare una lancia per lo scrittore solo.

Quello che scrive senza sapere se piacerà.

Quello che tiene il manoscritto chiuso in un cassetto finché non sente che è davvero suo.

Quello che non chiede ogni cinque minuti se la scena funziona, ma ci torna sopra di notte, in silenzio, finché non trova la voce giusta.

Forse è meno moderno.

Forse è più lento.

Ma certi libri nascono soltanto quando nessuno sta guardando.

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