💰I soldi dello scrittore

 


C’è stato un tempo in cui le case editrici cercavano lettori.

Era un’idea curiosa: pubblicavano un libro e speravano che qualcuno lo comprasse.

Oggi l’innovazione è più sofisticata.

Perché inseguire un pubblico incerto quando puoi lavorare con un autore motivato?

Lo scrittore è una figura straordinaria.

Ha pazienza.

Ha ambizione.

Ha bisogno di essere pubblicato.

E soprattutto: è disposto a crederci. E a pagare per coronare il suo sogno.


Negli ultimi anni il modello si è raffinato.

Non si parla più di editoria a pagamento.

Si parla di prevendite.

Di crowdfunding.

Di partecipazione al progetto.

Di community.

Di slancio iniziale.

Copie comprate in anteprima.

Valutazioni a pagamento.

Editing a pagamento.

Promozioni a pagamento.

Agenti che chiedono compensi allo scrittore, non all’editore.

Servizi “facoltativi” che diventano inevitabili.


Tutto è presentato come opportunità.

Niente è mai obbligatorio.


Il risultato è sottile e devastante:

lo scrittore non è più il fornitore del contenuto,

è il cliente finale.

Il libro diventa un pretesto.

Il processo editoriale una filiera di micro pagamenti legittimati dal sogno: 

se investi su te stesso, qualcuno prima o poi investirà su di te.

Ma così il mercato smette di essere un dialogo tra chi scrive e chi legge.

Diventa un sistema chiuso, in cui il denaro circola sempre nello stesso punto: da chi scrive a chi promette accesso.

Non è una truffa.

Ed è proprio questo il problema.

È un modello economico coerente, educato, presentabile.


Scrivere, oggi, non è solo un atto creativo.
È una scelta economica.

Poco tempo fa un editore importante, con un bellissimo catalogo, mi ha proposto un contratto di pubblicazione a patto di vendere 100 copie del mio libro. In anteprima.

Dopo aver espresso qualche dubbio sulla possibilità di vendere 100 libri non ancora usciti e non leggibili, se non in una breve anteprima, l’editore ha sentenziato:

«Se non vendi 100 libri, di che cosa dobbiamo parlare?»

Molti anni fa risposi a un annuncio di lavoro.

Sembrava un impiego d’ufficio.

Si rivelò un colloquio per vendere un fantomatico aspirapolvere progettato dalla NASA.

Avrei dovuto venderne 100 in un anno e la società, o forse la NASA, mi avrebbe riempito di soldi.

Dopo aver espresso dubbi sulla possibilità di vendere 100 aspirapolvere, il selezionatore ha sentenziato:

«Se non vendi 100 aspirapolvere, di che cosa dobbiamo parlare?»


Non ho venduto gli aspirapolvere.

Non ho venduto i libri.

Continuo a scrivere.

Ma almeno so di che cosa stiamo parlando.

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