🏛 Il Simposio di Platone: una storia a scatole cinesi
Il Simposio di Platone
Una storia a scatole cinesi
è come quella storia ci arriva.
Il Simposio è una costruzione narrativa fatta di strati, di voci che raccontano altre voci.
Una storia che non si offre mai direttamente, ma solo per riflesso.
Come una serie di scatole cinesi: ne apri una, e dentro ce n’è sempre un’altra.
La prima scatola: chi racconta non c’era
Il dialogo si apre con Apollodoro, che racconta la storia a Glaucone.
Ma Apollodoro non ha partecipato al banchetto.
La voce che apre il racconto non è testimone dei fatti.
Già qui Platone fa una scelta radicale:
la storia non nasce dall’esperienza diretta, ma dalla trasmissione.
La seconda scatola: chi c’era davvero
Apollodoro, infatti, riferisce ciò che gli è stato raccontato da Aristodemo, che invece era presente alla festa.
Noi, quindi, ascoltiamo:
qualcuno che racconta a un altro che non sa niente, ciò che gli ha detto un altro che ha assistito agli eventi.
La storia è già memoria, già racconto, già distanza.
La terza scatola: la festa e i discorsi
Dentro questo racconto arriva la scena centrale:
una cena tra amici, organizzata per celebrare una vittoria poetica.
I commensali decidono di parlare, a turno, di amore.
Ognuno prende la parola e costruisce il proprio discorso.
Anche qui non c’è una voce dominante.
Il senso nasce dal passaggio di parola.
La quarta scatola: Socrate non parla per sé
Quando tocca a Socrate, la struttura si complica ancora.
Socrate non espone una sua teoria.
Racconta ciò che una donna, Diotima, gli aveva detto tempo prima.
A questo punto la catena è completa:
noi e Glaucone
ascoltiamo Apollodoro
che racconta Aristodemo
che racconta una festa
in cui parlano vari uomini
e uno di loro riferisce le parole di un’altra voce ancora
Una storia dentro una storia dentro una storia.
Platone sembra dirci
che la verità non parla mai da sola
arriva sempre attraverso qualcuno
cambia forma mentre passa di bocca in bocca.
Il pensiero non è un monologo
è un movimento.
Il Simposio non spiega, assembla.
E proprio per questo continua a funzionare.
Scrivere come costruire uno spazio di voci
Il Simposio ci insegna che una storia non deve per forza partire da chi sa tutto.
Può partire da chi ascolta.
E scrivere non significa avere l’ultima parola.
Significa creare uno spazio in cui le parole possano passare, rimbalzare, trasformarsi.
Come in una serie di scatole cinesi:
apri una storia, e dentro ne trovi sempre un’altra.

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